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Il lavoro al centro tra sicurezza, revisione salariale, sostegno al Sud

Tra le battaglie portate avanti dalla Confederazione anche quella per la detassazione dei redditi minimi. Margiotta: “Abolire la tassa sulla povertà”

La Confederazione generale dei sindacati autonomi dei lavoratori nasce nel 1979. Rappresentando l’alternativa al sindacalismo ideologico, la Confsal è diventata nel tempo sempre più protagonista nel mondo del lavoro e della società civile, attraverso una linea di azione sindacale fatta di idee concrete che hanno come fulcro la centralità del lavoro. Diverse sono le battaglie che la Confederazione, guidata dal segretario generale Angelo Raffaele Margiotta, sta portando avanti con tenacia, proposte apprezzate per la loro spinta innovatrice ai tavoli e agli incontri istituzionali, come nei recenti confronti ministeriali con le parti sociali sul Protocollo per il lavoro agile nel settore privato e sulle linee guida per l’utilizzo dello smart working nel pubblico impiego. Per la Confsal le linee guida devono considerare le specificità dei diversi comparti della PA, in particolare di Scuola e Sanità che a causa della risalita del numero dei contagi stanno affrontando le maggiori difficoltà; nella Sanità anche la tele-assistenza contribuirebbe a una efficace erogazione del servizi medici e infermieristici per la cura dei cittadini. D’altro canto lo smart working ha permesso di proseguire l’attività lavorativa durante l’emergenza sanitaria, una scelta dettata dalla necessità ma che si può trasformare, se ben regolamentato all’interno della contrattazione collettiva, in una valida opportunità per lavoratori e aziende, nel settore sia pubblico sia privato. La Confsal, infatti, ha firmato nel 2021 un accordo interconfederale innovativo aprendo un nuovo capitolo sull’organizzazione dello smart working per settori come il commercio, il terziario, il turismo, l’artigianato; nonché distribuzione, servizi, metalmeccaniche, agricoltura e onlus. Un accordo rivoluzionario perché ha fornito una cornice solida, finora mancante, creando i presupposti per riconoscere l’istituto del lavoro agile come una prestazione da svolgere in autonomia, riconoscendo la flessibilità e difendendo il benessere dei lavoratori. Un’altra battaglia della Confederazione è in difesa delle fasce più deboli dei lavoratori. “Faccio un appello affinché si trovi il coraggio di abolire la tassa sulla povertà”, ha dichiarato il segretario generale Margiotta durante l’audizione alle commissioni riunite di Camera e Senato sulla Legge di Bilancio. Perché se l’Istat definisce a otto euro all’ora la cosiddetta soglia di bassa retribuzione pari a due terzi del salario medio, tassare i redditi il cui importo è inferiore a questa soglia è per la Confsal una grossa ingiustizia sociale. La Confederazione ha proposto in modo chiaro che sia garantito attraverso il raddoppio della detrazione da lavoro dipendente, la detassazione dei redditi minimi (fino a otto euro orari ovvero 18.000 euro annui). “Vogliamo sperare che questo terzo intervento in materia fiscale, nella versione definitiva, sappia dare la giusta risposta alla nostra richiesta”. La questione dei salari bassi è anche correlata al fatto che in molti settori produttivi, intrinsecamente deboli per la criticità dei parametri economici che li caratterizzano, la gravosità del costo del lavoro comprime la capacità retributiva delle aziende e si riflette sulla possibilità di corrispondere salari adeguati. Ma anche la legge di bilancio 2022, purtroppo, non affronta la necessità di una revisione strutturale del costo del lavoro, strettamente connessa alla questione salariale. Un’altra emergenza che secondo Confsal andrebbe affrontata con determinazione e cognizione di causa è quella della sicurezza del lavoro. I dati Inail ci restituiscono una fotografia nitida e molto preoccupante di un paese dove il numero di incidenti e vittime sul lavoro continua a essere molto alto. Per la Confsal a fronte dell’elevato costo sociale, ed anche economico, occorre maggiore coraggio sul fronte degli investimenti. Sarebbe utile se si investissero adeguate risorse finanziarie nella prevenzione: tutto ciò che le imprese e i lavoratori versano all’Inail deve essere speso per la sicurezza dei lavoratori e dei luoghi di lavoro. In quest’ottica la formazione dei lavoratori e degli imprenditori è la chiave di volta per invertire in modo incisivo la rotta e fare prevenzione. Gli ispettori tecnici del lavoro dovrebbero poter fare informazione, assistenza, consulenza, formazione e promozione dei sistemi di gestione della sicurezza, compiti che non possono essere svolti da soli 250 ispettori in tutta Italia. Il loro numero va portato a 25mila (un ispettore tecnico ogni mille lavoratori) e coordinati da un’unica cabina di regia per una vigilanza attiva e non solo punitiva. Il “Polo unico nazionale per la Sicurezza sul lavoro”, è la proposta principe del pacchetto di riforme targate Confsal per il miglioramento della sicurezza e la tutela della salute di tutti coloro che frequentano i luoghi di lavoro. La creazione, cioè, di un Ente con poteri di prevenzione, formazione e di vigilanza presieduto dall’Inail, nel quale possano confluire gli ispettori tecnici dell’Ispettorato nazionale del lavoro, permetterebbe di superare l’attuale mancanza di coordinamento e la frammentarietà dei compiti degli Ispettori, rendendo quindi più snelle le procedure. In questo modo lo Stato potrà assolvere efficacemente al proprio compito di vigilanza. Purtroppo, il recente intervento con decretazione d’urgenza (DL 146/1921) non è andato in questa direzione e si è focalizzato sull’aspetto repressivo, peraltro con misure che si stanno rivelando controproducenti. Ma la questione di fondo che vede la Confsal impegnata costantemente nel tempo è la grande questione meridionale a cui è strettamente collegata anche la questione giovanile. I dati economici su crescita e mercato del lavoro ci dicono che il divario del Mezzogiorno col Nord Italia aumenta: vi sono da recuperare almeno 200 miliardi di PIL per adeguare il tessuto economico del Sud alla media nazionale. Il sottosviluppo economico del Meridione porta con sé il dramma del lavoro giovanile. Il tasso di occupazione dei giovani è anch’esso diminuito, mentre non diminuisce il numero dei giovani indotti a rifugiarsi nel limbo dei NEET. Ciò chiama in causa la politica nazionale ma soprattutto la politica e le amministrazioni meridionali. Nel corso degli anni non si è saputo ben utilizzare gli strumenti e le risorse messe a disposizione a livello nazionale ed europeo. Il Fondo per lo sviluppo e la coesione (FSC), congiuntamente ai Fondi strutturali europei, poteva essere uno strumento finanziario fondamentale attraverso cui si sarebbero dovute attuare efficacemente le politiche per lo sviluppo della coesione economica, sociale e territoriale e la rimozione degli squilibri economici e sociali. Così non è stato e i risultati a consuntivo sono deludenti. Molte speranze, perciò, la Confsal ripone oggi nella determinazione e nella progettualità che sta mettendo in campo il Ministro per il Sud e, nel mentre, chiede al Governo di sostenere adeguatamente gli sforzi del Ministro Carfagna, auspicando che gli amministratori regionali e locali del Meridione facciano la loro parte, contribuendo ad affrontare l’ardua sfida con spirito di collaborazione e con un cambio di passo, dispiegando la necessaria capacità amministrativa, in modo da sapersi avvalere delle risorse ordinarie e straordinarie messe a loro disposizione. Nel contempo è necessario fortificare l’occupabilità delle giovani generazioni attraverso le competenze adeguate a far sì che ogni giovane costituisca un capitale umano, quale imprescindibile fattore di sviluppo economico. A tale scopo occorre ammodernare le strutture e i servizi a supporto del mercato del lavoro, attraverso una visione e un’implementazione strategica delle politiche attive per il lavoro.

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