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Salari e recupero dell’inflazione: il rebus dell’Ipca

L'inflazione corre ma gli stipendi no...

Negli ultimi anni, i lavoratori dipendenti si trovano sempre più in difficoltà con il costo della vita sempre più alto. Infatti, le retribuzioni, stabilite da regolare contrattazione, non sono adeguate   all’aumento effettivo del costo della vita. Lo strumento elaborato dalle parti sociali, l’indice Ipca (l’indice dei prezzi al consumo è, come tutti gli indici dei prezzi, una misura statistica formata dalla media dei prezzi ponderati per mezzo di uno specifico paniere di beni e servizi e tale paniere ha come riferimento le abitudini di acquisto di un consumatore medio), ha infatti il difetto di non registrare la dinamica dei prezzi dei beni energetici importati. Ipca, fu introdotta nel 2008 dalle confederazioni sindacali di Cgil, Cisl e Uil, con la presentazione di un documento unitario, come proposta per la riforma della struttura della contrattazione da discutere con le associazioni datoriali e con il governo. Quindi, proposero di agganciare l’inflazione a criteri credibili e condivisi per una efficace politica dei redditi. Pertanto, suggerirono di utilizzare un metodo di “inflazione realisticamente prevedibile” supportato da parametri ufficiali che consentisse di superare il sistema dell’inflazione programmata introdotto dal protocollo Ciampi del 1993. In quel contesto, venne suggerito di utilizzare indicatori univoci, quali il deflatore dei consumi interni o l’indice armonizzato europeo corretto con i pesi dei mutui; le stesse confederazioni sindacali proposero anche che al realizzarsi di eventuali differenziali inflazionistici si dovessero attivare meccanismi di recupero certi dell’inflazione.

Nel 2009, Confindustria, Cisl e Uil firmarono il nuovo accordo interconfederale sugli assetti contrattuali. La Cgil, presente alle trattive, non firmò né l’accordo quadro con il governo, né l’accordo interconfederale, perché ritenne, con una sorta di preveggenza, che il nuovo modello di recupero dell’inflazione non garantisse una sufficiente tutela dei salari. Oltre alla durata triennale dei contratti collettivi nazionali e decentrati, quell’accordo interconfederale introdusse il nuovo indice di adeguamento delle retribuzioni al costo della vita sostitutivo dell’inflazione programmata: l’indice dei prezzi al consumo armonizzato in ambito europeo (Ipca) depurato dalla dinamica dei prezzi dei beni energetici importati. L’accordo prevede l’affidamento dell’elaborazione della previsione dell’Ipca a un istituto terzo: l’Istat. Eventuali scostamenti significativi tra l’inflazione prevista e quella reale effettivamente osservata dall’Istat possono essere recuperati successivamente qualora siano verificati da un comitato paritetico interconfederale, entro la vigenza di ciascun contratto nazionale in termini di variazione in aumento dei minimi. Ma entrambi gli indici sono sempre considerati al netto dei prodotti energetici importati.

Ora si dà il caso che proprio la dinamica dei prezzi energetici importati stia erodendo il potere d’acquisto dei lavoratori e l’Ipca, che non consente di tenerne conto in sede di rinnovo del Ccnl, non garantisce l’aumento salariale capace di coprire l’inflazione reale.

Cosa fare allora? È evidente che al tavolo dei rinnovi contrattuali i sindacati dovranno lavorare per modificare il calcolo dell’aumento salariale indicizzato all’inflazione e recuperare tutto lo scostamento registrato nel periodo di vigenza del contratto, andando anche oltre qualora il contratto sia già scaduto da tempo. Consapevoli che le associazioni datoriali non saranno disposte ad accollarsi tutto il peso dell’inflazione reale maturata oltre il triennio di vigenza contrattuale e vorranno limitarsi a riconoscere una mera indennità di vacanza contrattuale non necessariamente commisurata all’effettivo prolungamento delle trattative. Come dire, il danno oramai è fatto. Se i governi possono intervenire sul caro bellette con scarsi risultati, perché è noto come le misure adottate non sono sufficienti a garantire né i lavoratori, né le imprese, costrette a subire una crisi energetica senza precedenti. Serve una cabina di regia permanente, un coordinamento più stretto tra governo, sindacati e associazioni datoriali, per monitorare l’andamento della crisi energetica sui rinnovi contrattuali e per valutare misure redistributive, anche fiscali, per recuperare gli eventuali scostamenti e compensare quello che le parti non riescono a ottenere con il negoziato. È certificato che l’Ipca è uno strumento insufficiente a garantire l’adeguamento del livello retributivo minimo al costo della vita, anche a causa del mancato rispetto del termine triennale per i rinnovi contrattuali. L’indice costituisce solo una base di partenza per il negoziato, i cui esiti dipendono dal settore o categoria di riferimento e dalla durata delle trattative per il rinnovo del contratto collettivo. Il mancato rispetto del termine triennale per il rinnovo dei Ccnl, che in alcuni settori viene stipulato anche con dieci anni di ritardo, incide sull’adeguamento del trattamento economico minimo (Tem) e rende più difficile il recupero degli scostamenti registrati tempo per tempo dall’Ipca. Tuttavia, va anche detto che il meccanismo basato sull’aggancio delle retribuzioni all’Ipca perfeziona quello dell’inflazione programmata introdotto dal protocollo Ciampi del 1993 con il quale le parti hanno evitato il ripetersi del fenomeno che si era verificato negli anni Settanta, quando il meccanismo della “scala mobile” – fondato su un indice Istat del costo della vita molto sensibile alle variazioni del costo della benzina – aveva causato una forte fiammata inflazionistica. Ritornare al calcolo dell’adeguamento dei livelli salariali all’inflazione come meccanismo automatico, sicuramente riequilibrerebbe il gap tra salario e costo della vita, considerando che la concertazione tripartita oggettivamente oltre che essere di scarsa qualità negli ultimi anni è spesso poco tempestiva ed efficace e i titolari di redditi fissi lo sanno.

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