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La nuova via alla felicità si chiama “quiet quitting”…

Un lavoratore su due lo sta sperimentando. È la tendenza a non fare più del dovuto. C'è un motivo preciso e non dipende da noi...

Che il Covid abbia cambiato il mondo lavorativo è argomento ampiamente trattato, ma c’è una novità che sta sviluppandosi e che abbandona il fenomeno del “Great Resignation” per abbracciare il “Quiet Quitting”.

Se con il “Great Resignation” in Italia, secondo i dati dell’Osservatorio INPS, negli ultimi sei-otto mesi, sono più di un milione di dipendenti italiani hanno dato le dimissioni perché riluttanti a sostenere ritmi di lavoro sempre più stressanti, di connessione H24 per 7 giorni su 7 tutto per una crescita professionale a tutti i costi che molto spesso non arriva mai è il “Quiet Quitting” il nuovo concetto di coniugare la vita lavorativa con il proprio tempo.

La differenza, in questo nuovo scenario, è che le persone mettendo sempre la vita davanti al lavoro, ma non rinunciano allo stipendio, e quindi svolgono la loro attività lavorativa con il minimo indispensabile impego per conservarlo. Questa nuova tendenza, sta emergendo ovunque, soprattutto fra i giovani millennial e quelli della Generation Z, in tutto il mondo e soprattutto tra le grandi economiche superpotenze rivali del futuro, come Usa e Cina, dove si chiama “mo yu”, ossia la filosofia di “toccare i pesci”.

Tutto è partito dalla pandemia da Covid, che da una parte, ci ha messi davanti alla realtà della vita, breve e fragile, e dall’altra, a nuovi modelli organizzativi di lavoro, tra i quali lo smart working, sperimentato con successo. Questa condizione ha spinto milioni di persone verso la “Great Resignation”, ossia le dimissioni di massa, perché il pericolo immanente di morire ha spinto tutti a rivedere le proprie priorità. Tra tutte il dedicare più tempo alle cose che ci piace davvero fare è quella che ci influenza più di tutte ovviamente. Questo stato col passare dei mesi si è evoluto, oltre l’emergenza sanitaria, saldandosi con modi di pensare e tendenze di lungo termine. Sono i giovani, il nostro vigoroso e dinamico presente, ad accelerare questo cambiamento. Infatti i giovani non vedono più l’utilità di mettere il lavoro e la carriera davanti a tutto il resto. Questo perché vedono che impegnarsi tanto non paga più, e passare intere giornate davanti al computer o seduti in ufficio di rado corrisponde poi agli avanzamenti di carriera e di stipendio sognati e anche se così fosse, non è detto che ne valga la pena.

Onestamente, come dargli torto!

Pertanto è meglio tirare il freno e rinunciare alle ambizioni più complicate, facendo il meno possibile sul lavoro, senza però spingersi fino al punto di perderlo, perché poi senza soldi diventa difficile realizzare i propri desideri.

Recenti studi indicano la crescita di questo fenomeno, che si sta consolidando sempre più nella società lavorativa, tanto che risulta;

·         il 21% dei dipendenti è davvero coinvolto nelle proprie mansioni,

·         il 33% si considera in una condizione di crescita e benessere,

·         il 44% si sente stressato, record di sempre, e la maggioranza non ritiene che la sua occupazione abbia davvero uno scopo o un significato profondo.

Ma il dato è ancora di più significativo in Paesi come la Gran Bretagna dove la situazione è drammatica, al punto che solo il 9% dei lavoratori si considera “engaged” o entusiasta. Negli Stati Uniti va un po’ meglio, cioè il 31%, ma Gen Z e millennial sono particolarmente sfiduciati, e queste non sono percentuali su cui è possibile costruire la prosperità futura di una superpotenza. Il fenomeno però è globale, e neppure i rivali cinesi si salvano. Anzi, secondo un’inchiesta pubblicata da Quartz, i giovani della Repubblica popolare pensano di aver definitivamente perso il treno e la possibilità di salire sulla scala sociale come i loro genitori.

Quindi anche in Cina, lavorare duro non porta più al successo. Il Paese ha già raggiunto il picco demografico, la manodopera a basso costo non è più così importante, e i modelli dello sviluppo globale stanno già cambiando verso una direzione che non favorisce più Pechino. Pertanto, invece di sprecare tutte le energie per una fatica sostanzialmente inutile, i giovani cinesi preferiscono “toccare i pesci”. Ecco che cambiano le abitudini arrivando al lavoro il più tardi possibile, prendendo lunghe pause pranzo, staccando la “spina” appena il contratto glielo consente, e magari sfruttano lo smart working.

Il lavoro, dunque, non è più al centro della vita ma bensì nettamente separato dalla vita privata con paletti stabiliti e invalicabili.

Stiamo assistendo a un radicale cambiamento della mentalità, che riguarda anche chi va a fare onestamente il proprio lavoro, senza però sforzarsi più di tanto, perché la vita viene prima di qualsiasi KPI (Key Performance Indicators) aziendale.

Cosa possono fare le imprese per evitare che questo fenomeno possa sfuggire di “mano”? È chiaro da tempo che in molte aziende, la presenza costante in ufficio non sia così scontata. Questi anni di pandemia lo hanno certificato con lo smart working. Quindi è fondamentale che i manager siano in grado di cogliere questi segnali di malessere, di disallineamento delle persone, promuovendo la cultura dell’ascolto e del confronto continuo all’interno della comunità aziendale. Questa è una importante condizione per cogliere eventuali criticità. Saperle riconoscere permette di superarle creando relazioni basate sulla fiducia che aiuta a costruire o ricostruire un ambiente sano, nel quale le persone si sentano parte di un gruppo, condividendone gli stessi obiettivi e stessi valori. Non servono grandi slogan, ma ambienti di lavoro flessibili non solo in termini di tempi e luoghi, ma soprattutto di gestione delle persone che, oggi più che mai, desiderano bilanciare nel miglior modo possibile vita professionale e vita privata. Quindi anche un nuovo modello di Manager…  

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