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Il solito compromesso al posto di una riforma previdenziale

Più che riforma previdenziale, è un ricorso costante a compromessi, una non soluzione...

C’è da sottolineare che è una bozza, quella presentata al Consiglio dei Ministri, riguardo le prime misure di riforma pensioni per evitare lo scalone di cinque anni che si determinerà dal primo gennaio a causa del termine della Quota 100, ma già si comprende che non è una vera e propria riforma ma una “toppa” a un sistema che al momento impedisce a molti lavoratori di raggiungere la pensione e avviare un corretto Turnover generazionale nel mondo del lavoro.

Le limitate risorse economiche impongono, per il governo, soluzioni di compromesso che tendono a riformulare, migliorandole ed adeguandole alle immediate esigenze, formule già esistenti.

L’obiettivo è garantire l’uscita flessibile per nuove categorie di lavoratori senza dover attendere il requisito anagrafico dei 67 anni imposto dalla legge Fornero.

Tra le proposte, l’APE Contributiva, ipotizzata dal’INPS, consentirebbe di andare in pensione con lo stesso requisito anagrafico 63 o 64 anni, a fronte di un montante contributivo pari ad almeno 20 anni di versamenti.

I lavoratori interessati, aventi i requisiti necessari, andrebbero in pensione anticipata con un anticipo di assegno pensionistico calcolato sulla sola quota contributiva maturata, minimo 20 anni.

L’eventuale parte retributiva, sempre che sia stata maturata, sarebbe invece liquidata successivamente tre-quattro anni dopo, una volta compiuti i 67 anni.

Tuttavia, i requisiti anagrafici e di contributi non sono sufficienti.

Infatti, un ulteriore requisito che l’aspirante pensionato deve avere è quello di avere maturato, al momento della richiesta, una quota contributiva di pensione di importo pari o superiore a 1,2 volte l’assegno sociale.

Dalle prime indiscrezione, sembrerebbe che la prestazione sia cumulabile con un minimo di redditi da lavoro dipendente e autonomo, mentre sarebbe incompatibile con trattamenti pensionistici diretti o sussidi per il sostegno al reddito, compreso il Reddito di Cittadinanza, l’APE Sociale e la pensione.

Altra proposta sul tavolo è la Quota 102 che come per la Quota 100, durerebbe soltanto per un periodo di pochi anni.

Questa ipotesi di pensione anticipata vedrebbe l’uscita dal mondo del lavoro con 64 anni di età e 38 anni di contributi.

In questo caso, per rendere sostenibile, economicamente, la misura, l’assegno sarebbe ricalcolato sul contributivo, sulla falsariga dell’Opzione Donna.

Più che riforma previdenziale, è un ricorso costante a compromessi, una non soluzione, si continua a guardare al fattore economico pensionistico come spesa e non come un possibile investimento, che il Turnover generazionale potrebbe portare, soprattutto nel post crisi Covid-19.

Rischiamo di dover lavorare per 45 anni con il paradosso di poter andare in pensione a 67 anni con 20 anni di contributi senza potersi ritirare per chi ne ha lavorato 41…una assurdità…

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