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Infortuni sul Lavoro

Il livello di formazione e di attenzione deve esser proporzionale al numero organico degli ispettori.

Dobbiamo tornare a parlare, purtroppo, degli infortuni, troppi morti per il profitto e soprattutto perché ogni decesso avvenuto nei luoghi di lavoro non è certo imputabile a una mera fatalità.  Non esiste il fato perché quasi sempre siamo in presenza di incidenti evitabili solo adottando le necessarie misure di prevenzione, adeguando i luoghi di lavoro e gli impianti, fornendo al lavoratore le necessarie istruzioni, ricordate il motto della legge 626, informare e prevenire.

Esiste una forte correlazione fra il numero di incidenti e la condizione precaria dei lavoratori. Lo Stato fin qui ha ignorato questo aspetto e ha legiferato per rendere sempre più “flessibile” il rapporto di lavoro e agevolare i licenziamenti. 

Dal 1°gennaio ad oggi ci sono stati 621 morti complessivi per infortuni sul lavoro. Di questi 308 sono morti sul luogo di lavoro, i rimanenti sulle strade e in itinere.

Sono ben 88, 358 dall’inizio della pandemia, i medici morti per infortunio da Coronavirus, 80 gli infermieri e di questi il 70% sono donne. Nell’anno 2020 i morti sul lavoro sono stati 1270, più 16,6% rispetto al 2019.

Sono numeri impressionanti se pensiamo che nell’anno 2020, per molti mesi, abbiamo avuto milioni di lavoratori e lavoratrici in ammortizzatore sociale o in smart working ma, nonostante la diminuzione delle ore lavorate, il numero degli infortuni e delle morti si mantiene a livelli elevati. Senza considerare che non vengono conteggiati i lavoratori al nero che in alcune Regioni del paese costituiscono una parte rilevante della forza lavoro.

In qualunque modo si voglia affrontare il problema restano alcuni dati incontrovertibili.

Numerose Regioni, tra cui quelle in cui sono avvenuti questi ultimi incidenti (Toscana e Lombardia), nel corso degli anni hanno depotenziato gli uffici o gli sportelli competenti in materia di sicurezza nei luoghi di lavoro. L’organico degli ispettori Asl e della direzione territoriale del lavoro è arrivato ai minimi storici, il che determina controlli ridotti, un numero inferiore di sanzioni e irregolarità documentate e minore pressione sulle imprese perché rispettino le normative in materia di salute e sicurezza.

L’elevato numero di infortuni e morti sul lavoro nel nostro paese dimostra che siamo decisamente indietro rispetto ad altre nazioni nella prevenzione e sicurezza. 

È stata progressivamente smantellata la medicina del lavoroche negli anni sessanta e settanta aveva rappresentato uno strumento importante per la messa a bando di sostanze nocive nonché per il riconoscimento di alcune malattie professionali.

Se fino agli anni settanta la legislazione riguardava prevalentemente le macchine, a partire dalla metà degli anni ottanta si guarda soprattutto ai lavoratori ma, guarda caso, iniziano proprio da allora le scelte politiche miranti a ridurre le sanzioni a carico dei datori di lavoro inosservanti delle normative.

Le malattie professionali rappresentano un segnale di allarme per la cittadinanza tutta e non solo per la forza lavoro. Perciò la sfida è quella di investire nella ricerca e nel costante monitoraggio delle condizioni di lavoro.

Accertate alcune malattie professionali si sono studiati gli impatti ambientali di certe produzioni appurandone l’estrema pericolosità per l’uomo e l’ambiente. Ma parliamo ormai di 40 anni fa quando i rapporti di forza erano decisamente più favorevoli per il movimento operaio. Successivamente i passi compiuti sono stati solo all’indietro.

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