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L’ALGORITMO che sviluppa un privilegio da prima rivoluzione industriale

Ricordiamoci sempre che siamo noi che guidiamo lo sviluppo, semmai non debbono essere in pochi a farlo e soprattutto per scopi non dichiarati.

Ho sempre apprezzato la matematica affrontandola da prima come un gioco rompicapo da risolvere e successivamente nell’evoluzione dell’apprendimento scolastico come modello che ci aiuta a scoprire il mondo che ci circonda e quest’ultimo aspetto mi ha sempre affascinato.

Apprendere che i principi matematici fanno parte della vita di tutti i giorni, anche se non ce ne rendiamo conto.

Infatti, in ogni istante attraverso la matematica ci possiamo occupare di dati, di misurazioni e di osservazioni, che attraverso i suoi sofisticati modelli, gli algoritmi, ci permette di elaborare per studiare la natura, il comportamento umano e quello dei sistemi sociali.

Pensiamo all’uso del web, dei social, della tecnologia in generale che stanno crescendo sempre di più tra di noi, tanto che la loro evoluzione si sta sempre più integrando nel nostro vivere quotidiano.

Li utilizziamo con disinvoltura, come fossero una nostra naturale appendice presumibilmente perché sono sempre più impostati per assecondare le nostre idee.

Tuttavia non riflettiamo, per esempio, che lo schermo del nostro computer non è altro che uno specchio che riflette i nostri interessi perché gli analisti degli algoritmi osservano tutto quello che clicchiamo, quindi ci “seguono” ma non solo….

Ma cos’è un algoritmo? Domanda non semplice, ma di attuale importanza. Si potrebbe dire che tutta la nostra vita è un algoritmo, soprattutto ora che viviamo nell’era digitale, dove gli algoritmi regnano sovrani.

Infatti, tutti i dispositivi che quotidianamente utilizziamo sono basati su algoritmi, pertanto un po’ di loro conoscenza e di riflessione non guasta a nessuno.

Tutti i “motori” di ricerca come Google, Yahoo utilizzano un procedimento di valutazione e calcolo che si innesca quando un utente effettua una ricerca.

In maniera istantanea, l’algoritmo è in grado di analizzare milioni di pagine (dati) e di far comparire i risultati migliori, i più pertinenti, i più completi ed aggiornati.

Si potrebbe pensare che gli algoritmi ci aiutano a “navigare” a filtrare e selezionare i post o le foto degli amici sui social, così come le pagine più rilevanti sui vari motori di ricerca del web, allineandosi ai nostri gusti. 

Tuttavia questa logica comporta diversi rischi.

Possono limitare i nostri comportamenti e la nostra creatività, che sono strettamente legati all’andare fuori dai “numeri” binari, dagli “schemi”, come le grandi intuizioni imprenditoriali insegnano e amplificare le nostre preferenze e influenzare le scelte.

Tutti noi abbiamo diversi atteggiamenti nei confronti dell’algoritmo.

Ci sono i sostenitori esasperati convinti che il mondo sia programmato e guidato esclusivamente dai “dati” e all’opposto, ci sono gli ossessionati dall’avvento della dittatura dell’algoritmo, che vedono le loro libertà di scelta minacciate da una entità tecnologicamente onnipotente e suprema, che condiziona i comportamenti di miliardi di persone assoggettate da un uso ritenuto scellerato del web e ci sono coloro i quali sanno che un algoritmo non è uno strumento autoritario di condizionamento sociale ma è esattamente il contrario.

È una tecnologia che conserva ed elabora un enorme mole di dati, registrando i nostri comportamenti ai quali si conforma restituendocene la misura e quindi sono, le nostre scelte che condizionano, per così dire, l’algoritmo e non il contrario.

Infatti il primo a mutare continuamente è proprio l’algoritmo, catalogando continuamente tutti i dati che gli forniamo usando la rete.

Quante volte ci è capitato, ad esempio, di cercare un determinato oggetto in una piattaforma digitale commerciale che subito ci arrivano pubblicità di quell’oggetto ma non di altri. L’algoritmo non cerca di convincerti a rinunciare alla scarpe che abbiamo ricercato per  un ombrello.

Siamo noi con le nostre scelte, che stanno alla base del funzionamento dell’algoritmo, a condizionarlo e non il contrario.

Semmai dovremmo chiederci da cosa esse siano effettivamente condizionate a monte dell’algoritmo. Famiglia, amici, educazione, scuola, cultura, mass media, esperienze, ambiente sociale.

Tutto a posto sembrerebbe, ma non è così. 

La prima personale riflessione è che lo sviluppo tecnologico va sempre bene perché oltre che essere inevitabile, anche le sue criticità sono sempre determinate dai nostri comportamenti, che siano giusti o sbagliati, sono comunque controllabili se lo usiamo responsabilmente. 

Ricordiamoci sempre che siamo noi che guidiamo lo sviluppo, semmai non debbono essere in pochi a farlo e soprattutto per scopi non dichiarati.

Questo pone il grande tema del rapporto tra democrazia, scienza e uso delle tecnologie, generalmente trascurato dalla politica politicante. 

Altra riflessione riguarda l’equità fiscale…ma cosa centra!?

Penso, che se i nostri comportamenti possono disinnescare la “dittatura” dell’algoritmo, è la totale assenza di un regime fiscale equo da imporre alle grandi piattaforme che deve essere affrontata e mi spiego meglio.

Queste aziende raccolgono miliardi di euro accumulando, elaborando e vendendo dati forniti da miliardi di persone che ci lavorano senza essere pagati, ma che senza la loro attività l’algoritmo sarebbe come un macchinario spento, una fabbrica ferma.

Dunque, gli Stati, hanno il diritto e il dovere di imporre alle piattaforme una tassazione adeguata a fronte degli utili giganteschi realizzati col lavoro gratuito dei loro cittadini/operai, recuperando quindi risorse che potranno essere utilizzate per finanziare un nuovo welfare, nuove acquisizioni di competenze da parte di chi ha perso il lavoro a causa dello sviluppo tecnologico, ma da ricreare attraverso le nuove applicazioni di quello stesso sviluppo.

Ma la tassazione non deve essere motivata, come una misura contro l’eccesso di posizioni dominanti nel mercato, come la multa, in questo caso, da 102 milioni di euro su Google da parte dell’’authority per aver violato l’articolo 102 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea che vieta l’abuso di posizione dominante o contro l’elusione fiscale, fenomeni deplorevoli e da combattere o come una tassa sulla produzione del reddito d’impresa, ma come un vero e proprio risarcimento sociale per la mancata retribuzione di miliardi di operai/cittadini che producono, gratuitamente, dati che un algoritmo trasformerà, come un nuovo macchinario, in ingenti utili,  il giro di affari di Google è stato di 55,31 miliardi di dollari, realizzati senza costi del personale.

La politica quindi deve essere in grado di comprendere i profondi cambiamenti che stanno avvenendo nella società contemporanea e c’è da chiedersi se governare il cambiamento sia il mestiere giusto per questa politica che oggi abbiamo, visto che si “rispolvera” sempre il principio del “chi più ha più paghi”.

Principio, nobile e giusto di per sé, ma che si limita solo ed esclusivamente al mero slogan elettorale come la proposta sulla tassa di successione che non solo non è risolutiva, ma sbagliata nella forma e nei contenuti, per la sua esiguità e per la natura assistenziale dell’uso che si vorrebbe fare delle risorse rivenienti, e completamente fuori contesto storico e politico, perché non incide dove bisogna incidere e tutto per la soddisfazione dei veri, nuovi padroni delle “ferriere” che continuano con il loro algoritmo, a godere di un privilegio da prima rivoluzione industriale!

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