FREE

STEEL

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su linkedin
Condividi su pinterest

Chi fermerà la delocalizzazione d’impresa…

Cresce la tendenza, da parte delle imprese, ad acquisire unità produttive in Paesi del Sud–Est asiatico, dell’America Latina, dell’Europa Orientale, ma anche in Cina, in India, nelle Filippine e in Corea del Nord...

Si sente sempre più parlare di “delocalizzazione” d’impresa anziché “localizzazione” termine, quest’ultimo, con il quale si fa riferimento alla collocazione di una attività imprenditoriale in uno specifico luogo geografico che può offrire vantaggi rispetto ad altri simili.

Il fenomeno della delocalizzazione d’impresa, soprattutto negli ultimi tempi, è stato un argomento che ha occupato giornalmente gli spazi dei TG nazionale e di discussione politico-economico-sindacale, dovuto al fatto che sono molte, in Italia, le aziende che stanno avviando processi di dismissione industriale, delocalizzando impianti, produzione e lavoratori disoccupati.

Recenti sono i casi della GKN di Campi Bisenzio, proprietà di una multinazionale britannica metalmeccanica, la Nilfisk, multinazionale di elettrodomestici, la Balls Beverages di san Martino sulla Marruccina (CH) che delocalizzerà in Serbia, la Whirlpool che chiuderà lo stabilimento di Napoli.

Questo preoccupante fenomeno è oggetto di studi in ragione del fatto che i recenti dati hanno evidenziato una notevole tendenza, da parte delle imprese, ad acquisire unità produttive in Paesi del Sud–Est asiatico, dell’America Latina, dell’Europa Orientale, ma anche in Cina, in India, nelle Filippine e in Corea del Nord, aree geografiche genericamente indicate come economicamente emergenti.

Ma non solo, un dato curioso e che deve fare riflettere, mostra come sia la Francia, Paese economicamente avanzato e sviluppato, ad attrarre gli imprenditori italiani, con oltre 2.562 imprese che hanno trasferito lì una parte della propria filiera produttiva.

In questo caso, a sollecitare la scelta al trasferimento delle imprese nel territorio francese sembra essere giustificata dalla certezza del diritto, in quanto nel Paese transalpino, ad esempio, i tempi di pagamento e di risposta da parte delle autorità locali sono più puntuali e veloci rispetto a quanto non avvenga in Italia.

Questo aspetto evidenzia come le politiche di rinnovamento amministrativo e industriali di un Paese possono influenzare positivamente o negativamente sulle quelle di investimento d’impresa e di come l’Italia sia rimasta indietro e attualmente “fuori mercato”.

Tuttavia, le diverse motivazioni che spingono le imprese ad investire all’estero e a delocalizzare la propria produzione, sono principalmente la ricerca di fattori produttivi a basso costo e non disponibili nel Paese di origine, la maggiore vicinanza ai mercati di sbocco, politiche ambientali più “favorevoli”, infrastrutture più avanzate.

Ovviamente, il fenomeno della delocalizzazione comporta inevitabilmente un indebolimento economico e sociale del territorio che subisce la perdita delle produzioni mentre viceversa, per chi le accoglie si registra uno sviluppo in ragione del fatto che ottengono nuovi impieghi di lavoro per i loro abitanti, investimenti e strutture che creano un esponenziale aumento di ricchezza in quel territorio.

Su questo fronte, il governo sta tentando di trovare soluzioni che possano arginare il fenomeno, introducendo misure di contrasto più efficaci e maggiormente incentivanti rispetto alle attuali che stanno dimostrando come siano assolutamente inefficaci.

Sicuramente è necessario restaurare un patto tra Stato e imprese soprattutto in una fase di ripartenza post-Covid che ha generato una crisi economica profonda con una pesante perdita occupazionale.

Per decenni, la classe politica italiana ha ignorato il fenomeno della delocalizzazione d’impresa, nel nome del mercato che si auto regola, limitandosi alla gestione dei singoli casi, per limitare i danni dei lavoratori coinvolti, ma mai a trovare soluzioni di sistema Paese per arginare una vera e propria emorragia industriale.

Pertanto è necessario ritornare al valore del lavoro attraverso le imprese e ciò passa attraverso un serio piano industriale, che all’Italia manca da oltre 30 anni.

È necessaria una seria riforma fiscale, perché non sono i salari ad essere alti, ma l’elevata pressione pari al 43%, tra la peggiore in Europa.

Sono necessarie iniziative di politica nazionale verso l’Unione Europea per abbattere, la concorrenza fiscale tra i singoli paesi.

Questo della concorrenza fiscale tra i singoli paesi è senza alcun dubbio uno dei mali peggiori dell’Unione Europea che evidenzia come il processo di integrazione interno sia difficile.

Infatti i vari stati più che collaborare tra loro risultano essere in competizione per sottrarsi stabilimenti e sedi fiscali delle aziende, come avviene per l’Olanda.

È indispensabile una innovazione delle normative, che spesso “ingessano” senza vie di uscite le attività imprenditoriali in miriade di cavilli amministrativi e di competenze spesso anche in conflitto tra loro e quindi è necessaria una “rivoluzione” della burocrazia, che sia più “Smart”.

Infatti, a pesare sulla competitività d’impresa italiana sono “mali” cronici a cui nessuno riesce a porre rimedio come, l’incertezza del diritto dovuta a tempi lunghissimi per le cause civili e commerciali, la burocrazia esasperata con autorizzazioni complesse e decine di adempimenti fiscali.

Fondamentale è accelerazione sulle infrastrutture, da troppo tempo rimaste incompiute e che per un territorio come quello italiano sono fondamentali, per non parlare poi dell’adeguamento delle telecomunicazioni, di cui l’Italia è leader mondiale, ma fuori dai propri confini.

Tutte azioni che potrebbero consentire anche un possibile ritorno delle produzioni in Italia.

Pertanto è necessario, da parte di tutti coloro che si occupano del mondo del lavoro, di continuare a spingere, con sempre maggiore forza, per l’innovazione dei processi, delle tecnologie e delle riforme, sui tavoli governativi dove si continua a “parlare, parlare e parlare” mentre i lavoratori, nell’improvviso silenzio mediatico, continuano a vedere delocalizzare la propria impresa chiedendosi se ci sarà qualcuno che riuscirà a fermerà la delocalizzazione d’impresa in Italia…mentre “l’aria diventa sempre più elettrica”…

Convidi Questo Articolo