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La riforma delle pensioni sempre più urgente

È aperto il tavolo fra Governo e parti sociali che deve arrivare a un’ipotesi di riforma pensioni da approvare quindi entro la fine del 2021

Con lo sblocco dei licenziamenti, dal 1 luglio e i suoi effetti nel mondo delle imprese con le prime “e-mail” di licenziamento, tornano sul tavolo dell’INPS alcune proposte per potere raggiungere la pensione e per provare a superare lo scaglione dei cinque anni dal 1 gennaio 2022 con il ritorno della ” Fornero”.
Il dibattito è aperto, da troppo tempo, e la/le soluzioni devono soddisfare i costi e benefici delle casse pubbliche e delle persone che possono trovarsi in difficoltà, cosa che sta già avvenendo.
Tre sono le proposte che la stessa INPS approfondisce, dal punto di vista degli effetti economici sia in termini di maggior spesa pensionistica nel decennio 2022-2031 per la valutazione degli effetti di breve-medio periodo, sia in termini di spesa assoluta rapportata al PIL nell’arco temporale di trenta anni per valutarne anche gli effetti nel lungo periodo.
Quota 41: l’ipotesi prevede la possibilità di andare in pensione anticipata con 41 anni di contributi, contro gli attuali, 42 anni e dieci mesi per gli uomini e 41 anni e dieci mesi per le donne. Il calcolo della pensione resta immutato, per cui chi ha diritto al sistema misto o retributivo lo mantiene.
Ricalcolo contributivo: è un’ipotesi simile a l’Opzione Donna, nel senso che si può andare in pensione prima ma rinunciando alla parte retributiva, mantenendo quindi il calcolo contributivo sull’intera pensione. Prevede due diversi requisiti, alternativi l’uno all’altro: 64 anni di età, 20 anni di contributi, e un assegno previdenziale maturato pari ad almeno 2,8 volte l’assegno sociale. Oppure 64 anni di età e 36 anni di contributi, senza limiti sul valore dell’assegno.
Anticipo della quota contributiva: è un meccanismo complesso, che consente di accedere alla sola quota contributiva della pensione in anticipo rispetto alla maturazione della pensione piena. In pratica, con 63 anni di età, almeno 20 anni di contribuzione e un importo minimo di 1,2 volte l’assegno sociale, ci si può ritirare, incassando però solo la parte contributiva maturata. Al raggiungimento poi dell’età per la pensione di vecchiaia, si inizia a ricevere anche la quota retributiva della pensione.
Tuttavia fra queste tre ipotesi, in termini di costi, la più costosa è la quota 41, mentre le altre due sono maggiormente sostenibili.
Nel dettaglio, la quota 41 si stima che costerebbe 4,3 miliardi di euro nel 2022 e arriverebbe a 9,2 miliardi di euro alla fine del decennio.
Qui, per fare i calcoli, l’INPS ha ipotizzato un’adesione al 100%, considerando che si tratta di un’ipotesi con un requisito contributivo alto, e senza penalizzazioni sul calcolo. Per il ricalcolo contributivo, invece, è stata considerata una propensione all’adesione paragonabile a quella della quota 100 (:63% dipendenti privati, 37% lavoratori autonomi e 50% lavoratori pubblici), mentre per l’anticipo contributivo l’ipotesi è di un’adesione al 40%.
Come abbiamo anticipato, sono ipotesi, e il dibattito è aperto, dove potrebbe inserirsi la cosiddetta Quota 102, che consentirebbe di andare in pensione con 64 anni anni e 38 ani di contributi senza penalizzazione sul calcolo.
Non resta che aspettare mentre le “e-mail” non si fermano…

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